I tempi cambiano
Una delle prime domande che mi faccio quando inizio un nuovo manoscritto riguarda il narratore. Chi racconta la storia? Da che punto di vista? E la sua posizione che effetto produce?
Nel romanzo di M. il narratore racconta in prima persona al tempo passato remoto; è quindi collocato in un momento successivo a tutti gli eventi narrati, racconta a cose finite.
Il tono della narrazione è soggettivo, amichevole, ironico. Il protagonista (che si identifica con il narratore, anche se i due si trovano in due posizioni temporali distinte) non si limita a raccontare i fatti, ma cerca di condividere con il lettore i suoi pensieri in tempo reale e di farlo quasi entrare nella sua testa, per fargli seguire i suoi pensieri da molto vicino. Cerca, ma non ci riesce del tutto, poiché la separazione temporale tra narratore e protagonista crea una discrepanza tra il dettaglio delle sue riflessioni e il tempo passato remoto in cui sono raccontate: di fatto, il narratore sta ricordando; suona innaturale che ricordi, oltre ai fatti, addirittura i pensieri.
Per fare un esempio concreto, riporto qui sotto un brano tratto da “Alta fedeltà” di Nick Hornby prima nella sua versione originale al tempo presente, dopo volta da me al passato remoto:
“Laura se ne va lunedì mattina presto, con una sacca da viaggio e una borsa di carta. Dà da pensare, davvero, vedere quanta poca roba prenda con sé questa donna che ama le sue cose, le sue teiere e i suoi libri e le sue fotografie e la sculturina che ha portato dall’India: guardo la sacca e penso: Gesù, ecco fino a che punto non ne può più di vivere con me. […] È un’uscita goffa. Ha tutte e due le mani occupate, ma cerca egualmente di aprire la porta e non ci riesce, così glie la apro io, ma adesso le ingombro la strada, così devo uscire sul pianerottolo per lasciare uscire lei, e lei deve cercare di trattenere la porta perché io non ho la chiave e io devo infilarmi dietro di lei di corsa per acchiappare la porta prima che le si chiuda alle spalle. […]”
“Laura se ne andò lunedì mattina presto, con una sacca da viaggio e una borsa di carta. Dava da pensare, davvero, vedere quanta poca roba prendesse con sé questa donna che amava le sue cose, le sue teiere e i suoi libri e le sue fotografie e la sculturina che aveva portato dall’India: guardai la sacca e pensai: Gesù, ecco fino a che punto non ne può più di vivere con me. […] Fu un’uscita goffa. Aveva tutte e due le mani occupate, ma cercava ugualmente di aprire la porta e non ci riusciva, così glie la aprii io, ma adesso le ingombravo la strada, così dovetti uscire sul pianerottolo per lasciare uscire lei, e lei dovette cercare di trattenere la porta perché io non avevo la chiave e io dovetti infilarmi dietro di lei di corsa per acchiappare la porta prima che le si chiudesse alle spalle. […]”
Soprattutto per quanto riguarda la parte da metà in poi, in cui il narratore racconta quella goffa uscita di casa, trovo che la versione vera, al tempo presente, sia molto più naturale, spontanea e che ottenga il risultato di farci vedere la scena proprio mentre accade.
Un altro effetto che deriva dalla narrazione in prima persona al passato è che il narratore non si confonde nella storia, ma anzi rende nota la sua presenza, perché non si sovrappone completamente al protagonista. Non si tratta per forza di un errore; potrebbe servire, per esempio, a far esprimere delle considerazioni al narratore sui fatti narrati, l’importante è che la scelta sia funzionale e consapevole e poiché non è questo il caso di M., ci saranno delle modifiche da fare. Meglio mettersi subito al lavoro.
Risponde dopo un paio di squilli.
«Posso offrirti un krapfen nella solita pasticceria?»
«Devi farmi digerire una rottura di scatole?»
«È possibile…»
«Puoi anticiparmi di cosa si tratta?»
«Se fosse un film, si intitolerebbe “La fantastica avventura di M., che volse il suo intero manoscritto dal passato remoto al presente”».
«Un film di cui spero non facciano mai il due».